Roma, 18 febbraio 2026

E’ di pochi giorni fa la notizia della perquisizione della squadra mobile di Ravenna nel reparto di malattie infettive dell’omonima città nell’ambito di un’indagine che vede coinvolti sei medici. Il motivo: sospetto di reiterati illeciti nei dinieghi al nulla osta per il transito di persone migranti all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), passaggio “tecnico” propedeutico alle procedure di espulsione con la finalità di escludere la presenza di patologie (croniche, infettive, psichiatriche) incompatibili con la vita ristretta.

Come Ambulatorio Popolare Roma Est riteniamo che quanto accaduto sia molto grave sotto diversi profili, e difendiamo strenuamente l’operato dei colleghi e colleghe che crediamo perfettamente coerente con il codice professionale.

Crediamo innanzitutto sia inammissibile che le strette repressive securitarie di matrice razzista possano allargarsi persino all’ambito sanitario, andando a dubitare del giudizio clinico e professionale che guida la scelta etica e clinica del medic*. Come ci ricorda il Codice Deontologico, il medico ha il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute (Art. 4) ed è colui/colei che tutela il minore, la vittima di qualsiasi abuso o violenza e la persona in condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, sociale o civile in particolare quando ritiene che l’ambiente in cui vive non sia idoneo a proteggere la sua salute, la dignità e la qualità di vita (Art. 32).

Ma viene da chiedersi di quale tutela parliamo, se la gente in questi lager di stato continua a morire. L’ultima vittima in ordine cronologico è di pochi giorni fa, una persona di 25 anni morta nel CPR di Bari l’11 febbraio. I CPR sono luoghi patogeni, di privazione arbitraria della libertà, di violenza poliziesca, luoghi che andrebbero chiusi e dentro cui nessun dovrebbe essere rinchiuso. Questo ce lo raccontano le testimonianze delle persone che riescono ad uscirne, le rivolte nate e violentemente represse all’interno, i tantissimi suicidi e i gesti di autolesionismo, le visite mediche richieste e mai effettuate. Ce lo conferma anche la letteratura scientifica.

Quelle che i colleghi e le colleghe hanno certificato nel tempo come inidoneità non sono "arbitrarie", ma si fondano su dati clinici ed evidenze scientifiche: come attestato dal Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio 2026, la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. In tali contesti, il medico che certifica la mancata idoneità agisce per prevenire un danno certo alla salute, in pieno adempimento del mandato professionale “Primum non nocere”, ovvero non arrecare danno con il tuo operato.

Vorremmo inoltre sottolineare la durezza del dispositivo di sicurezza messo in campo dai PM, attivato fin dall’alba sia al domicilio che in ospedale, e che ha visto l’autorità giudiziaria sequestrare computer aziendali e dispositivi personali in uso agli indagati alla ricerca di tracce a sostegno dell’ipotesi di reato di falso ideologico continuato in concorso. Tale dispositivo, utilizzato generalmente nelle indagini relative ad organizzazioni criminali o a frodi istituzionali e messo invece in campo durante il pubblico servizio dei/delle colleghi/colleghe con rischio di danno verso i pazienti, restituisce, secondo noi, una misura significativa del controllo dell’autorità verso l’ultimo anello “tecnico” nella catena del rimpatrio. Un controllo che viene esplicitato ed esercitato minando pubblicamente la serenità professionale e creando un clima mediatico di intimidazione e umiliazione, come alimentato poco dopo dallo stesso ministro Salvini che non ha perso un tweet per chiedere l’arresto e la radiazione dei colleghi. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alle mediche e ai medici coinvolti nelle indagini, e ci auspichiamo che la repressione non ci spaventi ma faccia moltiplicare queste attestazioni di inidoneità a ribadire ancora una volta che i CPR vanno chiusi, che in nessun modo si può parlare di salute e giustizia dentro questi luoghi di isolamento e violenza in cui la malattia si produce e si acuisce.

Ambulatorio Popolare Roma Est